Solo chi sogna impara a volare….

Sono passati più di quattordici anni da quando Mario è morto.

A volte sembra ieri, altre volte una vita intera fa.

In questi anni sono cambiata, sono cresciuta, mi sono rialzata.
Ho una nuova vita vera, concreta, con Tony, che amo sinceramente.
I miei figli sono diventati grandi, e io con loro.

Abbiamo attraversato giornate piene, serene e leggere, altre faticose in cui ho lottato come tanti per rimanere in piedi, come tutte le famiglie che imparano a riorganizzarsi dopo un terremoto.

Eppure una parte di me è rimasta lì, ferma a quel giorno. Non intrappolata, non prigioniera, ma segnata sì. Come se una pagina della mia storia fosse stata scritta con un inchiostro impossibile da cancellare, impossibile da riscrivere.

Per anni ho creduto, e mi è stato detto a gran voce, che la parola giusta fosse “accettare”. Accettare che una vita è finita, che il futuro che avevamo immaginato si era spezzato per sempre.

Ma oggi lo so: io non devo fingere che andasse bene così.

La verità è che non va bene.

E tuttavia… la vita va. E io con lei.

La vita che avevo con Mario era reale, piena, quotidiana e bella. La vita che ho ora è altrettanto reale.
Non sono due mondi che si annullano: sono due stanze che porto dentro, due parti sincere della stessa storia.
L’amore non si divide, si moltiplica. Questo lo sto ancora imparando.

Qualche giorno fa, però, quel senso di colpa sottile è tornato. Arriva quando sono stanca, quando qualcosa si rompe, quando mi sento fragile e la mia mente, istintivamente, torna a lui.

Come se parlare con chi non c’è più fosse una mancanza verso chi c’è. Non perché a Tony manchi qualcosa, ma perché Mario è congelato nella memoria nel suo momento migliore. Un luogo sicuro in cui tornare quando dentro c’è troppo rumore.

Così sono uscita di casa. Dal Frasnito ho iniziato a salire verso la Vetta. Un sentiero in salita non è la scelta più logica quando si è già affaticati, ma certe salite non si scelgono: si affrontano. Il passo si fa ritmo, il fiato si assesta, e i pensieri, finalmente, smettono di inseguirsi.

Quando sono arrivata alla cappella Madrera, il lumino era acceso e la tovaglia in ordine, come sempre. Quel luogo custodisce un silenzio particolare: non un silenzio che pesa, ma uno che abbraccia.

Sono uscita e mi sono seduta sulla panchina scricchiolante appena poco più in là, proprio sul punto in cui il crinale smette di guardare il paese e apre invece lo sguardo verso le montagne, verso Sussia. È spesso lì che lascio a terra i pesi, le preoccupazioni che mi accompagnano, per poter proseguire più leggera.

Stavo seduta da poco quando ho notato un sasso diverso. Colori vivaci, accesi, intensi, come quelli dei dipinti che arrivavano dalle missioni dell’Operazione Mato Grosso, l’associazione in cui io e Mario ci siamo conosciuti, dove abbiamo speso parte del nostro tempo e dei nostri sogni.

Su quel piccolo sasso c’era un arcobaleno: quello che io e Irene cerchiamo sempre dopo un temporale, come fosse un saluto di Mario. L’imbianchino che è stato chiamato in paradiso perché lassù avevano bisogno di qualcuno capace di dipingerli davvero bene.

C’era anche una piccola casa, come quella di Chacas, una delle missioni dell’Operazione Mato Grosso in Perù. Nello stesso Paese in cui Marta aveva deciso di andare a studiare, se il Covid non avesse bloccato tutto.

Anche quel dettaglio, così preciso, così inatteso, sembrava intrecciare fili della nostra storia che non mi aspettavo di ritrovare lì, su un sasso.

C’erano montagne alte, quelle che Mario amava e che hanno legato me e Stefano negli anni: ogni tanto ci ritagliavamo dei momenti per andare a camminare insieme, per condividere salite, respiri, orizzonti.

E c’era un sole sorridente, luminoso, semplice, proprio come Matteo: gioioso, radiante, con quel modo tutto suo di portare il sorriso anche dove manca.

Quante volte, lui con la chitarra in mano, ci trovavamo ad cantare a squarciagola la canzone Ho imparato a sognare…, una melodia che racchiudeva i nostri sogni, la nostra voglia di libertà e di vita.
“…tra una botta che prendo e una botta che dò, tra un amico che perdo e un amico che avrò, che se cado una volta una volta cadrò, e da terra, da lì mi alzerò… c’è che ormai che ho imparato a sognare non smetterò…”

Sopra il disegno sul sasso, una frase: “Solo chi sogna impara a volare.”
Era la sintesi di lui: dei suoi sogni, della sua chitarra, delle canzoni cantate insieme, della sua vita in missione.

L’ho girato. Sul retro c’era scritto: “Ciao! Sono per te.”

Ho sorriso. In quel momento ho sentito una carezza lieve, come se qualcuno avesse ricucito un punto fragile dentro di me.
Ho respirato più a fondo. E mi sono sentita vista, accompagnata, capita, dal cielo, dalla vita, dal caso, da Mario, da tutti e da nessuno.

Grazie, Mario, per esserci ancora in quei modi che non so spiegare.
E grazie ad Anna Bi, che senza immaginarlo ha lasciato un piccolo dono esattamente dove il mio cuore poteva trovarlo.

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