Quando ero bambina, mio padre mi prendeva per mano ed insieme salivamo lungo i sentieri che attraversavano il bosco.
Ogni passo era un’occasione per scoprire piccoli dettagli che lui sapeva trasformare in poesia: il canto di un uccello diventava un messaggio segreto, un quarzo lucente una stella cadente arrivata fino a noi.
Un giorno arrivammo nella piccola radura sulla cima del Pizzo del Sole. Lì c’era una piccola costruzione di legno, diversa da tutte le altre della zona: non verde e quadrata come i capanni dei cacciatori, ma color legno, rettangolare e con una graziosa finestra grande abbastanza da far entrare il vento…. e uscire i sogni.
Era “la casetta delle fate”. Mio padre diceva che nelle notti limpide da quella finestra si potevano vedere piccole luci danzare; raccontava di fate che cucivano vestiti con i petali, di caprioli che parlavano al chiaro di luna, di alberi che custodivano segreti antichi.
Io ascoltavo, convinta che bastasse un soffio di vento per vederle comparire davvero.
Sono passati anni prima di scoprire che anche quella graziosa struttura non era altro che un capanno da caccia. Ma la verità non ha cambiato nulla: ogni volta che salgo quassù sento la voce di mio padre che trasforma il bosco in un regno incantato.
Oggi, il cacciatore che se ne prendeva cura non c’è più, la finestrella è chiusa, ed il legno, scurito dal tempo, scricchiola. Piove, mi siedo sul ceppo di una vecchia betulla in silenzio. E ne sono certa: le fate sono ancora qui, pronte a raccontare storie a chi sa ascoltare.