Viandare significa camminare a piedi lungo vie che escono dalle città, attraversare paesaggi incerti, andare verso luoghi lontani senza sapere davvero dove si stia andando. Più che un movimento del corpo, il viandare è uno stato dell’anima: una disposizione all’errare, al lasciarsi attraversare dal mondo. È togliere centralità all’arrivo, all’obiettivo, e restituirla al gesto stesso dell’andare, passo dopo passo, respiro dopo respiro, facendo propri, con tutti i sensi, i segni e gli stimoli che la strada offre.
Nel viandare ogni rumore diventa voce, ogni odore memoria, ogni incontro una soglia. Camminare lentamente ci riconduce ai luoghi che un tempo abbiamo abbandonato, a ciò che credevamo di aver lasciato indietro. Sono vie che ci riportano a case silenziose, a paesi dimenticati, a boschi che ancora custodiscono la nostra ombra di bambini. È come se ogni passo fosse un richiamo, una voce sommessa che invita a tornare, non solo nei luoghi, ma dentro di sé.
Ho conosciuto Emiliano attraverso le pagine di un libro, La cura della pioggia. Era un giorno di pioggia, di quelli che ti costringono a rallentare, a cercare un rifugio. Mi ero rannicchiata vicino al fuoco della vecchia stufa nella casa di Sussia, mentre il vento faceva vibrare i vetri e la legna crepitava piano. Le sue parole sono arrivate come una carezza, come una finestra socchiusa sui boschi. Dentro quelle pagine ho riconosciuto qualcosa che mi apparteneva, la voce che non ero riuscita a dare ai miei pensieri, agli istanti sospesi che avevo vissuto e taciuto. Le poesie di Emiliano non raccontavano, respiravano. In quel respiro ho sentito l’invito a uscire di nuovo, a camminare tra i sentieri umidi, a lasciarmi attraversare dal silenzio delle pietre e dall’odore del muschio.
Così è nato un invito, non un appuntamento, ma un richiamo. Un desiderio di ritrovarsi nei boschi, nei luoghi che ancora attendono di essere ricordati, guardati, amati. Luoghi che hanno fame di passi, di voci, di presenze. Lì, dove si sentono in lontananza i suoni dimenticati di una fontana, di una pozza, di un muro a secco che resiste al tempo. Lì, dove il mondo sembra respirare con lentezza e ogni cosa si fa più vera.
Nel viandare ho trovato una forma di cura, una cura fatta di attimi di vita condivisa, di quotidianità semplice, di gesti che tornano a essere pieni: uno sguardo, un sorriso, una parola che si posa leggera. Camminare è diventato un modo per ascoltare, per accogliere, per incontrare. È un dialogo con la terra e con sé stessi, un andare che non cerca risposte, ma presenza.
Forse il viandare non è altro che questo: un lento imparare ad abitare di nuovo il mondo, passo dopo passo, lasciando che ogni cosa, una pietra, una goccia di pioggia, un volto, diventi parte del proprio cammino.






























Osservare annienta la noia, sterile, di guardare. È seminare una preghiera in un muro, in un vaso, in una porta malmessa, per veder germogliare una storia. Osservare è prendersi cura, restare, ascoltare con lo sguardo. È essere vivi, clementi, offrendo ai luoghi intimoriti l’occasione di una voce.
Emiliano Cribari
Nel silenzio del bosco, nel respiro lento di un passo, nelle pietre e nelle fontane dimenticate… Emiliano ci invita ad abbandonare la fretta, a riscoprire la cura del camminare.
Con questo nuovo post ci accompagna alla soglia di un viaggio che è dentro e fuori di noi. Ti invito a fermarti un attimo, a leggerlo con lentezza, e ‑ chissà ‑ a rispondere al richiamo.
post di Emiliano dopo VIANDANDO