C’è qualcosa di speciale nel lasciare alle spalle la quotidianità e seguire un sentiero che sale verso l’alto, dove l’aria si fa più sottile e i suoni più ovattati. La montagna ti ricorda che la bellezza non è mai immediata: si conquista passo dopo passo, con pazienza e attenzione, e spesso si nasconde nei dettagli più semplici.
Per arrivare sulla cima del Foldone non ci sono scorciatoie. Siamo partiti da Alino con il sole che ci salutava, ognuno con il proprio zaino carico di ciò che per lui era essenziale: chi un ukulele, chi un dolcetto, chi un caffè bollente, chi un salame o un libro. Tutti però con un desiderio comune: stare insieme, attendere il tramonto e, chissà, incontrare qualche camoscio lungo il cammino.
La montagna insegna a osservare il mondo con lentezza. Poco prima della vetta, il sole ha lasciato il posto alla nebbia, avvolgendo ogni cosa in un silenzio ovattato. Per chi si pregustava i colori caldi del tramonto, non era certo una buona notizia. Eppure, la bellezza della montagna non sta solo nei panorami perfetti, ma nella capacità di accogliere il cambiamento, di pazientare, di lasciarsi sorprendere.
A 1499 metri, vicino alla piccola croce che segna la cima, ci siamo fermati. Con un caffè caldo, un dolcetto condiviso e una canzone improvvisata, abbiamo atteso. Ed è stato allora che un giovane camoscio ha attraversato il sentiero: silenzioso, curioso, elegante. Un gesto semplice, capace di riempire il cuore di gioia.
La discesa ci ha riportati lentamente verso la vecchia casera. Qui altri camosci ci aspettavano: bipedi sorridenti e ospitali, davanti a un fuoco che non scaldava solo le mani, ma anche l’anima. Il calore del fuoco sembrava dissolvere qualsiasi nube, mentre il suo bagliore illuminava i sorrisi e i piccoli gesti pieni di significato.
Un bicchiere di bevanda calda, le caldarroste, racconti condivisi, sogni che prendono forma: tutto diventava più vero, più intenso. La sera si rifletteva nel ghiaccio della pozza d’abbeverata, creando un contrasto delicato tra il freddo dell’acqua e il tepore del momento.
Entrati in baita, il silenzio si è trasformato in intimità. La stufa diffondeva calore, una candela tremolava al centro del tavolo e i nostri zaini si sono aperti, rivelando piccole cose che parlano di ognuno di noi. Il tavolo si è riempito di gioia, di semplicità, di gesti che quassù diventano quasi magici: ridere insieme, cantare, ascoltare poesie, raccontarsi. La candela, consumandosi lentamente, era l’unica a rendersi conto del passare del tempo.
È arrivato il momento di salutare: “Scrivimi, tornate presto… ti aspetto.” Un abbraccio, un sorriso sincero, e il richiamo della notte ci riportava sui nostri zaini, pronti a scendere sotto le stelle, carichi questa volta non solo di cibo o oggetti, ma di quell’essenzialità che solo la montagna sa insegnare.
La montagna ci lascia qualcosa di unico: il senso di meraviglia, la gioia dei piccoli gesti condivisi, e la consapevolezza che la vera ricchezza si trova nelle cose più semplici. Piccoli piaceri, grandi emozioni, amicizia, bellezza. Grazie, amici camosci, per questi attimi di pura e vera magia.
