Di soglie e di incontri

Sono sempre stata una che lascia le porte aperte.
Non perché dimenticavo di chiuderle, ma perché sono cresciuta senza un mazzo di chiavi, senza l’idea che il mondo andasse tenuto fuori. Le porte, per me, erano respiri: entrava la luce, l’aria, la vita delle persone che passavano.

Poi sono arrivati gli anni che insegnano, quelli in cui capisci che non tutte le porte meritano la stessa fiducia.
Alcune vanno chiuse piano, altre serrate, altre ancora proprio murate, per lasciare fuori ciò che pesa. Eppure ce ne sono altre che non riesco a chiudere… perché sento che devono restare aperte, pronte ad accogliere.

Forse perché, da piccola, qualcuno diceva sempre:
“chel che ’l signa” — quello che sbuca dalla porta, che osserva, che guarda senza fare rumore.
E quell’immagine mi è rimasta addosso: una presenza lieve, quasi invisibile, che arriva quando meno te lo aspetti e porta qualcosa con sé. Una possibilità, un incontro, un frammento di destino.

Così, ogni mattina, quando il primo raggio di sole filtra dalla cucina, ho la sensazione che sia proprio lui ad affacciarsi.
La luce entra a piccoli passi, si appoggia sul tavolo, sugli oggetti lasciati lì la sera prima, e per un attimo tutto sembra più semplice. Come se la casa, e anche il cuore, si aprissero un po’ di più.

Penso ai sorrisi che negli anni hanno attraversato la mia soglia.
Alle voci che sono salite fin quassù, a chi si è fatto avanti con passo timido o sicuro, a chi ha portato un saluto, un pensiero, una storia. È strano come certi incontri nascano da gesti piccoli: un caffè condiviso, il tempo di sedersi, la libertà di raccontarsi senza fretta.

Mi tornano in mente i nomi, uno dopo l’altro:
Debora, Carmiliano, Ivan… poi Paolo, Roberto, Sara, Silvia… Michela, Chiara, Giorgio.
E ognuno di loro ha acceso una luce diversa, ha lasciato una traccia. Non grande, magari, ma vera. Di quelle che scaldano quando fuori è freddo.

A volte mi chiedo quante cose belle siano entrate proprio perché non ho chiuso quella porta.
Perché ho lasciato uno spiraglio, un varco, un invito silenzioso.
E forse la mia natura è questa: custodire alcune soglie, ma tenerne altre spalancate, pronte ad accogliere ciò che arriva senza rumore.

Perché non si sa mai quando, o chi, potrà affacciarsi.
E certe presenze, quando arrivano, lo fanno con una delicatezza che ti cambia la giornata. A volte, persino la vita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *